Cresciuto, dimagrito, la misura decidetela voi. Io mi limito a osservare i cambiamenti, a tenere la mente sveglia e evitare giudizi affrettati.
Facile farsi imbambolare in un posto che non è il tuo, farti ammaliare dalle storie, dalle dicerie, dal fascino di un posto che più tempo passa e più non conosco. Potrei scrivere di Nitesh, partito ormai da qualche giorno, che colla sua carica di cinismo e antipatia mi ha aperto gli occhi su alcune questioni, prima di tutto sulla questione gnoseologica: di quello che ti dicono, di quello che vedi, di quello che senti, in un posto come questo è meglio prendere in considerazione solo la metà, tenere un quarto, credere a un decimo.
Ho quindi ripescato nella mia memoria qualche saggio insegnamento, e sono arrivato per altre vie alle stesse conclusioni che mi ero portato come bagaglio al mio arrivo, ormai quasi 4 mesi fa: la sospensione del giudizio, unica via nonviolenta per una comprensione il più possibile sincera della realtà; tutti hanno ragione, anche nei loro torti. E’ l’unica lezione da apprendere in un posto come questo, dove l’estremizzazione del conflitto è lampante, o almeno più evidente che in Europa.
Altra lezione appresa (sto cominciando ad usare un vocabolario da manuale di interventi d’emergenza…) riguarda me stesso: l’onestà paga, l’impegno anche. Non solo l’impegno ideale, quello che sta dietro a tutto, e che alla fine mi spinge ad essere qui invece che a Roma. Parlo dell’impegno quotidiano, quella spinta al fare meglio che ogni giorno deve condurre le nostre azioni, in un costante confronto coll’altro. Perché solo se accetteremo l’Altro come interlocutore e come fine del nostro agire potremo avere la forza di fare del nostro meglio. Forse è un po’ troppo da “lupetto” come discorso, ma effettivamente mi rendo ora conto che voler fare del bene, e voler fare meglio sono due concetti profondamente diversi: voler fare del bene è un concetto statico, ma il tentativo di migliorare il proprio agire, in costante sfida con se stessi, è l’unica cosa che può farci avvicinare a un ideale, l’ideale di accettare l’Altro come interlocutore privilegiato di noi stessi.
Sicuramente mi sono capito solo io, probabilmente è un discorso che non interessa nessuno. Ma attenzione: questo discorso non vale solo in Africa…
lunedì 9 giugno 2008
non vale solo in Africa...
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Ludovico
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18:12
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giovedì 17 aprile 2008
VIVO!!!!
le foto sono aggiornate... cliccate e seguite...
vedrete un po' di foto di Koukou, dove mi trovo da una settimana, e dell'incendio che ha distrutto una buona parte del campo di rifugiati... a quest'ultimo sto dedicando i miei sforzi, i miei pensieri, tutto il mio tempo... non ho neanche il tempo di mettermi seduto una buona mezz'ora e scrivere qualcosa di decente sul blog... scusate!
se volete più info sull'incendio cliccate qui
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Ludovico
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21:38
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sabato 29 marzo 2008
Piove!
Già al tramonto alcune luci strane rischiaravano il cielo, qualcosa di conosciuto ma allo stesso tempo insolito per queste parti, almeno per me. Con il calar del buio i lampi si sono fatti semrpre più forti, e non ci siamo voluti perdere lo spettacolo, sdraiati sul tappeto a vedere il cielo, un bicchiere di birra in mano. Casa nostra è uno spettacolo proprio per questo, c'è un bel giardino sabbioso molto comodo, molto ospitale.
Tanta luce, grandi bagliori nel buio, nessun suono. Solo, nell'aria, si percepiva qualcosa, un senso di elettricità diffusa. E poi, all'improvviso, un tuono. Uno, solo, grande e terribile. Il vento ha cominciato a soffiare più del normale, qualcosa stava per accadere.
Per sapere cosa ho dovuto aspettare fino all'una di notte, quando un rumore familiare mi ha svegliato; un rumore che da noi vuol dire brutto tempo, ma che qui è una benedizione, anche per me che sono appena arrivato.
La pioggia vuol dire acqua, quell'acqua che sono due giorni che manca; la pioggia vuol dire meno sabbia, quella sabbia che entra ovunque, anche nel letto quando dormi; la pioggia vuol dire vita, anche se sono solo due gocce. Arriverà il tempo delle piogge, e di acqua ce ne sarà tanta.
Per ora è stato solo un assaggio. Breve, intenso, e piacevole.
Così piacevole che sono shizzato fuori dal letto, e senza dubitare mi sono messo a bocca aperta a respirare quella pioggia, quell'aria pulita, quelle gocce spesse che cadevano dal cielo.
L'immagine: a braccia aperte sotto la pioggia, felice di essere qui.
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Ludovico
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11:46
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venerdì 21 marzo 2008
lunedì 17 marzo 2008
Oscar Golf Sierra unité
Oscar Golf Sierra unité, Oscar Golf Sierra unité. Rien a signaler...
Questa radio non cessa mai di suonare, di buttare fuori codici apparentemente incomprensibili; e io piano piano li comprendo. Per ora il mio nome è diventato Oscar Golf Sierra unité...
Tantissime impressioni, pochissime foto, anzi nessuna. Non ho ancora abbastanza confidenza con la popolazione, con i mezzi, con le mie impressioni. E quindi preferisco non fare il turista.
E poi? Poi adesso esco al campo, vado a lavorare. Bisogna convincere i rifugiati della necessità di un nuovo cimitero, e che devono dimenticare un po' la questione etnica, impossibile da dimenticare, perchè fatta di sangue...
Ciao!
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Ludovico
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08:29
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martedì 11 marzo 2008
Prime impression di Goz Beida
Dopo un weekend passato ad Abéché (di cui ometto una descrizione e le impressioni ricevute), finalmente stamattina abbiamo preso l’aereo per Goz Beida.
L’aereo: un monoelica del World Food Programme a 16 posti, in cui invece del solito discorsetto da hostess con dimostrazione annessa di come allacciare le cinture e come gonfiare il giubbotto di salvataggio, è salito un tizio non meglio identificato che come un amico ci ha chiesto: “allora, le cinture… beh, le avete allacciate? Mi raccomando spegnete i telefonini, e… in caso, dovrebbe esserci nel sedile o lì vicino il sacchetto per vomitare…” (testuali parole!).
50 minuti di volo, sopra un deserto fatto di sabbia, rocce e qualche villaggetto qua e la, che ti chiedi come facciano a viverci. Ogni tanto qualche forte scossone dovuto alle correnti calde, e una continua sudata fino alla destinazione (41 gradi…). Sulla pista di atterraggio, in terra battuta, c’erano già le jeep che ci aspettavano. “Ma Goz Beida dov’è?” mi sono chiesto. La risposta è arrivata dieci minuti dopo, quando abbiamo cominciato ad attraversare delle capanne fatte di legno e canne. Capre di qua e di la, qualche bambino, un piccolo mercato fatto di polvere e poco altro, poi qualche costruzione più solida, recintate da filo spinato: i vari UNHCR, UNICEF, OCHA, e tutte le varie organizzazioni umanitarie, che per forza di cose (rapine, assalti, ribelli, guerre) si sono dovute adeguare. Federica (la nostra capa) ci mostrava ogni cosa. “Ecco la moschea, ecco la casa del Sultano, ecco il fiume”. Quale fiume? Ah già, ora è la stagione secca. Il fiume arriverà, a suo tempo.
Finalmente siamo arrivati alla nostra base, o casa che dirsi voglia. Anch’essa con i muri spinati. E’ carina la nostra casa. Ma soprattutto è la nostra casa, dopo una settimana di vagabondare per questo paese che più lo conosco e più mi sembra strano, o per lo meno ai confini della nostra immaginazione collettiva.
Appena varcato il cancello c’è il parcheggio e gli uffici. Oltrepassata l’ombra di un albero c’è un cortile, sul quale affacciano due grandi verande a prova di zanzara (in teoria). Dietro ad ognuna di esse ci sono le varie stanze, o celle, che per i prossimi mesi saranno le nostre stanze, la nostra cucina, il nostro magazzino, la sala riunioni. I bagni sono invece un po’ più in là: agognavo una doccia fredda ma, ironia della sorte, il sole batte sul cassone dell’acqua, e la doccia me la sono fatta calda calda.
Il pomeriggio è passato con i saluti alle autorità locali: il Segretario Generale della prefettura locale ci ha accolto nel suo “ufficio” fatto di paglia, all’ombra di un bellissimo albero, nel quale ci ha offerto del the e dato buoni consigli. Il capo dell’UNHCR ci ha accolto nel suo ufficio fatto di mattoni e aria condizionata, e ci ha chiesto dei buoni consigli. Mille facce, mille nomi, mille strette di mano. Solo non siamo riusciti a incontrare il Sultano, il re della regione, una regione nella quale convivono le due autorità amministrativa e tradizionale. Il Sultano padre, a detta di tutti, è un uomo colto e saggio. Il Sultano figlio non sa leggere e scrivere.
Ora sono nella mia stanza, al riparo della zanzariera (preventiva, perché non sembrano esserci molte zanzare), sdraiato su questo che diverrà poco a poco il MIO letto.
Sono le 22, sto per chiudere gli occhi, fuori il muezzin canta e canterà tutta la notte. E io, finalmente, sono arrivato a destinazione. Forse tra un po’ mi sentirò a casa.
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Ludovico
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Prime impression di Goz Beida
Dopo un weekend passato ad Abéché (di cui ometto una descrizione e le impressioni ricevute), finalmente stamattina abbiamo preso l’aereo per Goz Beida.
L’aereo: un monoelica del World Food Programme a 16 posti, in cui invece del solito discorsetto da hostess con dimostrazione annessa di come allacciare le cinture e come gonfiare il giubbotto di salvataggio, è salito un tizio non meglio identificato che come un amico ci ha chiesto: “allora, le cinture… beh, le avete allacciate? Mi raccomando spegnete i telefonini, e… in caso, dovrebbe esserci nel sedile o lì vicino il sacchetto per vomitare…” (testuali parole!).
50 minuti di volo, sopra un deserto fatto di sabbia, rocce e qualche villaggetto qua e la, che ti chiedi come facciano a viverci. Ogni tanto qualche forte scossone dovuto alle correnti calde, e una continua sudata fino alla destinazione (41 gradi…). Sulla pista di atterraggio, in terra battuta, c’erano già le jeep che ci aspettavano. “Ma Goz Beida dov’è?” mi sono chiesto. La risposta è arrivata dieci minuti dopo, quando abbiamo cominciato ad attraversare delle capanne fatte di legno e canne. Capre di qua e di la, qualche bambino, un piccolo mercato fatto di polvere e poco altro, poi qualche costruzione più solida, recintate da filo spinato: i vari UNHCR, UNICEF, OCHA, e tutte le varie organizzazioni umanitarie, che per forza di cose (rapine, assalti, ribelli, guerre) si sono dovute adeguare. Federica (la nostra capa) ci mostrava ogni cosa. “Ecco la moschea, ecco la casa del Sultano, ecco il fiume”. Quale fiume? Ah già, ora è la stagione secca. Il fiume arriverà, a suo tempo.
Finalmente siamo arrivati alla nostra base, o casa che dirsi voglia. Anch’essa con i muri spinati. E’ carina la nostra casa. Ma soprattutto è la nostra casa, dopo una settimana di vagabondare per questo paese che più lo conosco e più mi sembra strano, o per lo meno ai confini della nostra immaginazione collettiva.
Appena varcato il cancello c’è il parcheggio e gli uffici. Oltrepassata l’ombra di un albero c’è un cortile, sul quale affacciano due grandi verande a prova di zanzara (in teoria). Dietro ad ognuna di esse ci sono le varie stanze, o celle, che per i prossimi mesi saranno le nostre stanze, la nostra cucina, il nostro magazzino, la sala riunioni. I bagni sono invece un po’ più in là: agognavo una doccia fredda ma, ironia della sorte, il sole batte sul cassone dell’acqua, e la doccia me la sono fatta calda calda.
Il pomeriggio è passato con i saluti alle autorità locali: il Segretario Generale della prefettura locale ci ha accolto nel suo “ufficio” fatto di paglia, all’ombra di un bellissimo albero, nel quale ci ha offerto del the e dato buoni consigli. Il capo dell’UNHCR ci ha accolto nel suo ufficio fatto di mattoni e aria condizionata, e ci ha chiesto dei buoni consigli. Mille facce, mille nomi, mille strette di mano. Solo non siamo riusciti a incontrare il Sultano, il re della regione, una regione nella quale convivono le due autorità amministrativa e tradizionale. Il Sultano padre, a detta di tutti, è un uomo colto e saggio. Il Sultano figlio non sa leggere e scrivere.
Ora sono nella mia stanza, al riparo della zanzariera (preventiva, perché non sembrano esserci molte zanzare), sdraiato su questo che diverrà poco a poco il MIO letto.
Sono le 22, sto per chiudere gli occhi, fuori il muezzin canta e canterà tutta la notte. E io, finalmente, sono arrivato a destinazione. Forse tra un po’ mi sentirò a casa.
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lunedì 3 marzo 2008
un'email per i miei amichetti africani
Una email di Paola mi dà il la per iniziare a scrivervi, cari compagnucci d’Africa.
[...]
Primo impatto, un caldo torrido. Forse Filo e Chiara lo stanno già provando, ma per chi viene dall’Italia (e dal suo gelo) i 30 gradi notturni di qui sono una vera botta, ma niente in confronto ai 40-45 gradi diurni: un caldo afoso che ti si appiccica addosso, insieme alla sabbia del deserto che circonda tutto qui. In effetti di sabbia sono le strade, le case, in poche ore lo sono diventato pure io!
Beh, per ora non c’è molto da dire sul cosa ho fatto; i soliti giri per il visto, per il permesso di circolazione, per il contro visto, per il timbro che manca, ma in quell’ufficio non lo accettano, allora devi correre di qua e di la, e davanti ti trovi sempre quell’impiegato stronzo che gode nel dirti “je suis desolé” e ti rimbalza da un’altra parte… vabbè, ci siamo abituati no?
Qui a N’Djamena siamo quindi solo di passaggio, la vera destinazione è un villaggio che si chiama Goz Beida, nell’est, a un’ottantina di km dal confine sudanese. Ci andrò quando (e se) otterremo tutti i permessi necessari.
Sono in compagnia di Leila e Anna. Quest’ultima sta in Ciad dal luglio scorso, e sta rientrando dopo le vacanze “forzate”.
Ma quello che più mi ha colpito è stato notare in me l’automatico paragone/confronto che faccio in ogni istante con l’altra mia unica esperienza africana. Con le mie compagne d’avventura, è un continuo riportare esperienze precedenti del tipo “però in Rwanda facevano così” o “in Mauritania invece…”. E quindi purtroppo passo più tempo a trovare le differenze che le vere e proprie novità: qui l’acqua nei filtri non la fanno bollire, ma la prendono direttamente dal rubinetto; per lavare per terra usano gli stracci; non ci si mette la cintura di sicurezza, per salutare si dice “Allah è grande”, invece di “Bite”. Ecco, la lingua per esempio: un sacco di volte mi viene da dire “yego”, oppure “karibu” o anche “sawa”, ma pooi mi rendo conto che qui non significano nulla…
N’Djamena è una città piatta, come ho già detto caldissima e piena di sabbia, traffico allucinante, con moto, motorini e mitiche scassatissime Peugeot 404 che fanno da taxi. Non ci sono come a Kigali i branchi di Land Cruiser che sfrecciano, solo qualche toyota scassato con sopra i militari. Ieri per esempio ne ho visto uno, con sopra quattro bambini che facevano la guardia a un carico di bazooka… i bambini soldato esistono, e per la prima volta li ho visti.
Con la mia ong il rapporto è strano, mi hanno mandato qui senza una vera e propria formazione, e al contrario di quanto aveva fatto Caritas, sono stato riempito di particolari, senza una generale infarinatura su come affrontare il tutto: mi ricordo che appena arrivato a Gisenyi maledivo Piero Rinaldi, Francesco Meneghetti e compagnia bella per non averci spiegato nulla, ma oggi capisco che era stata una scelta ponderata e giusta: qui in due giorni so già cosa mi aspetterà una volta che raggiungerò Goz Beida, chi sono le persone che incontrerò, quali sono i loro caratteri, i loro difetti. Sono due giorni che mi rimbalza in testa un’espressione, “la sospensione del giudizio”, termine molto caritas style, che più che mai comprendo e vorrei fare mio. Ma purtroppo non ci riesco. Anna (che sono otto mesi che vive qui) ci riempie continuamente di giudizi su tutto, è un continuo commentare e tentare di spiegare, mentre invece (ahhh… la legge del contrappasso!) vorrei solo silenzio e assaporare ogni contatto e sfumatura. Certo, fa anche comodo, perché in effetti la situazione non è delle più rosee.
Girando per il centro si vedono gli effetti della appena finita ribellione: palazzi distrutti e fatti tipo gruviera, qualche relitto di vettura non meglio identificato, e, come sempre, militari ovunque. Incredibile vedere quanti ce ne siano, tutti armati fino ai denti. Di giorno sono tranquilli, di sera… non lo so, e per ora non ci tengo a saperlo.
Ecco, il generatore è spento (in questa casa non c’è luce, non c’è gas, e l’acqua va e viene), e così anche le mi idee…
Per ora poi non è che ho altro molto da dire, anzi, mi pare proprio di aver detto troppo!
Un bacio a tutti, komera cyane
Ludo
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Ludovico
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domenica 2 marzo 2008
Bienvenu à N'Djamena!
“Benvenuti all’aeroporto internazionale di N’Djamena. L’ora locale è le 20:50, la temperatura esterna è di 30 gradi. Vi auguriamo un buon soggiorno in Chad, e “bonne courage!”... non so perchè, ma questo augurio suona un po' sinistro.
Lo steward attacca il microfono, nei miei occhi ci sono ancora le tre ore di deserto nero sotto di me… incredibile osservare come ci siano più stelle in cielo che luci in terra.
Sono stanco, appena si apre il portellone divento anche accaldato, ma i nervi sono vigili, attenti. Per fortuna l’aereo è partito prima del previsto (vantaggi del check-in “aumma-aumma” fatto in Libia: se ci sono tutti si parte prima!), e non ci toccherà passare la notte in aeroporto. Se fossimo arrivati troppo tardi avremmo sforato il coprifuoco, e qui non è proprio una cosa carina da fare…
Le mie compagne di viaggio, Anna e Leila, sono stanche quanto me, e appena arriviamo a casa crollano sotto la zanzariera.
Effettivamente lo steward non si era sbagliato: fa un caldo torrido!
La mattina è proprio il caldo a svegliarmi, il sole è già alto in questa domenica ciadiana. 40 gradi? Forse di più. E poi l’umidità, che rende ancora più insopportabile il tutto. Mi conforta pensare alle previsioni del tempo ascoltate venerdì sera a Roma: in arrivo per voi una gelata siberiana, temperature in calo di 15 gradi: povera Italia…
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martedì 12 febbraio 2008
Сталкер
“Che si avverino i loro desideri. Che possano crederci. E che possano ridere delle loro passioni. Infatti ciò che chiamiamo passione, in realtà, non è energia spirituale, ma solo attrito tra l’animo e il mondo esterno. E, soprattutto, che possano credere in se stessi. E che diventino indifesi come bambini: perché la debolezza è potenza, e la forza, è niente. Quando l’uomo nasce è debole e duttile. Quando muore, è forte e rigido, così come l’albero: mentre cresce è tenero e flessibile, e quando è duro e secco, muore. Rigidità e forza, sono compagni della morte. Debolezza e flessibilità esprimono la freschezza dell’esistenza. CIO’ CHE SI E’ IRRIGIDITO, NON VINCERA’”.
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venerdì 26 ottobre 2007
Al ritmo di uomo
Sdraiato, attendo.
I colpi che vengono da fuori la finestra vorrebbero ricordarmi qualcosa, ma in questo momento non ho la forza e la volontà per riuscire a capire cosa.
Non c’è nulla qui, nulla che attiri la mia immaginazione, qualcosa da fare, da ricordare.
Vivo mille anni distante da tutto, dimentico, perso come sono nell’alone viola pigro attorno a me.
Mi sono fatto prendere dall’inverno, dalla pioggia, eppure la sfuggivo e lo scappavo da tanto ormai.
Posso ritornare indietro con le immagini della memoria, riscoprire i colori, le immagini, quasi i profumi se solo mi concentrassi un po’ di più. Ma quanto di più dovrei concentrarmi per essere li, veramente, camminare, sentire la polvere, sentire…
Nel tempo sono stato tante cose, più di quelle che ho capito e che riesco a spiegare. Ma in fondo, l’unica cosa che mi preoccupa adesso è che non riesco ad essere me, c’è un onda anomala nello spettro della realtà, e quello che viene fuori da tutto questo è il mio futile tentativo di giocare con le descrizioni.
La realtà è fatta di panna e fragole, dicevo. Forse non è tanto distante dall’essere rancida questa panna, il candore corrotto in giallo, la freschezza che resta tale solo per il freddo interiore.
Più tardi sarà la partenza, più tardi rigenererò la batteria.
E’ diventata un’ossessione, qualcosa che devo fare, e mio malgrado resta sempre più ostacolato dalla mia capacità di reagire. Torno indietro, rimargino ferite.
L’ignoranza, quello che mi spingeva ad essere, in questo paradiso che è diventato il nostro mondo di qui non esiste più. Sappiamo tutto, siamo tutti diventati grandi, sappiamo cosa e quando bisogna agire. La certezza di queste cose mi getta in un indecisione, in uno sconforto che non ho parole per descrivere, mi toglie lo stimolo ad andare verso le cose, a chiedermi io nonostante tutto cosa posso fare per un mondo che non sento più mio e da dove ogni sera esco vinto.
La soluzione è partire? La soluzione è partire dentro di noi, farci divorare da quel non sapere, dal poter scoprire.
Per questo adoro le partenze, con il loro acidulo dentro allo stomaco, e la sensazione che niente sarà uguale. E per questo sono restato deluso da una Siviglia che ricordavo sfuocata, e che è riemersa con una allucinante nitidezza fatta di vita “normale”, banale.
Forse cerco il contatto con il mio limite, con il mio opposto. E in una sublime sintesi finale, riesco a vedere il possibile incontro tra il me di adesso, e il me dei miei contrari.
Perché tra tutte, questa è la cosa peggiore: che per quanto critichi questo dannato mondo, è sempre parte di me, e ne sono figlio, interprete, e distruttore.
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El cuento de Ali Baba
Raccontano i Sufi dell’oriente che tutta la sapienza del mondo è contenuta nel loro Libro sacro, e tutto ciò che è contenuto nel Libro sta nel primo capitolo, il Fàtiha. Tutta la sapienza che si trova nel Fàtiha è nella prima frase – nel nome di Dio il Misericordioso, il Clemente. E tutto ciò che sta in questa frase si può riassumere nella prima parola. Ciò che si trova in essa, è tutto contenuto nella prima lettera, in arabo la ba,
Tutta la sapienza di questa lettera si trova nel punto che ha sotto di sé.
La sapienza è solo un punto, ed è l’ignorante colui che la ingrandisce
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giovedì 4 ottobre 2007
Un po' di frasi non mie.
La verità non sta in un sogno, ma in mille sogni.
Un benessere che è egoismo, stupidità, incultura, pettegolezo, moralismo, conformismo: prestarsi a questa marcescenza è, ora, il fascismo.
Voglio perciò dire che il vero fascismo è proprio la società dei consumi.
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18:21
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Embé?
Non so, forse per adesso non ho più niente da dire.
E se foste voi a dire qualcosa?
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giovedì 31 maggio 2007
Massime
Il domani è fatto di panna e cioccolato, ma oggi è ancora fragola
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sabato 19 maggio 2007
A casa tra bianchi
Bujumbura, Burundi
Il vluclano di Gisenyi... ma in realtà è in Congo!
Marito e moglie...
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10:45
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Ma cosa ci faccio qui?
Parliamo un po’ di progetti…
Ma cosa ci faccio qui?
Certo, l’esperienza è bella, mi permette di vedere una parte di mondo ai più sconosciuta, mi faccio nuove amicizie, nuove avventure, nuove emozioni…
Ma cosa ci faccio qui?
Sono venuto per fare un servizio civile, innanzitutto. Questa è una premessa che dovrebbe spiegare un bel po’ di cose: a partire dal fatto che non sto ricoprendo una figura professionale specifica, fino ad arrivare a una serie di scelte che sono implicite nell’obiezione di coscienza, come l’accettazione del metodo nonviolento… tematiche di cui parlare ce ne sono tantissime.
Ma cosa ci faccio qui?
Ci penso un po’ su, sorseggio un po’ di vino rosso (conquista di mesi e mesi di ricerche in tutti i negozietti di Gisenyi)…
Essenzialmente mi trovo a Gisenyi per svolgere il mio servizio civile in appoggio alla Caritas parrocchiale.
Il più grande progetto di cui si occupa
Secondo progetto, non per importanza, ma per affezione, è “Street Bike”, nome con il quale si descrivono una serie di attività a sostegno degli ex-ragazzi di strada. Essere ragazzo di strada è dura, e su questo ho già avuto modo di parlare. Essere ex-ragazzo di strada vuol dire avere cominciato la dura strada in salita che porta al reintegro nella società. Sono ragazzi molto poveri, spesso con una disastrata storia familiare alle spalle (qui ancora più acuita dal genocidio del 94), che non hanno avuto la fortuna di poter frequentare la scuola, e ai quali per forza di cose tocca insegnare un mestiere. Ecco, il progetto Street Bike si propone proprio questo, il reinserimento degli ex-ragazzi di strada attraverso la possibilità di imparare un mestiere: tutto è cominciato con delle biciclette date a credito (da cui il nome del progetto) a un gruppo di ragazzi, che ne hanno fatto il loro strumento di lavoro (bici-taxi, usatissime qui); quelli che hanno rimborsato meglio sono stati inseriti in altri micro-attività, come un saloon de coiffure (un barbiere), un autolavaggio, o anche la possibilità di prendere a credito un motorino (dopo aver frequentato la scuola guida). Altri ragazzi che continuano a entrare nel progetto, invece, li abbiamo indirizzati verso degli stage, per imparare lavori come meccanico, meccanico di biciclette, sarto, coiffure (ancora!). Ovviamente, per noi ragazzi italiani, questo è il progetto che ci appassiona di più, soprattutto dal lato umano, perché alla fine quasi tutti i ragazzi sono diventati nostri amici, anzi, per alcuni (i ragazzi del barbiere per esempio) posso permettermi di usare l’aggettivo “migliore” unito al sostantivo amico. Il progetto Street Bike non gode di un finanziamento sicuro come il sostegno scolastico, ma vive soprattutto delle buona volontà dei diversi Caschi Bianchi che nel tempo si sono avvicendati nel posto che adesso ricopriamo noi. SERVONO QUINDI I SOLDI PER QUESTO PROGETTO!!!
C’è poi la sensibilizzazione nei confronti dell’HIV-AIDS, sulla quale ci sarebbe molto da dire, ma della quale non so molto. Quello che so è che nella popolazione vige un regime di ignoranza tremenda nei confronti della malattia, e anche se molti (moltissimi!) sanno di avere la “SIDA” (come viene chiamata qui), non sanno cosa sia. Anche sulle altre questioni di educazione sessuale è imbarazzante alle volte vedere come anche i ragazzi che hanno studiato non conoscono le nozioni base di igiene, o di educazione sessuale, o come si prenda la malaria… In questo senso la sensibilizzazione all’AIDS ci permette di far passare qualche messaggio in più che non “fatevi il test”.
Altre azioni della Caritas riguardano le distribuzioni di cibo e materiali di prima necessità per i poveri che vengono a chiedere qualcosa o per quei casi che sono più conosciuti. E’ il lato che anche in Italia conosciamo, quello dell’assistenza gratuita, senza chiedere nulla in cambio. In Italia principalmente
E noi Caschi Bianchi lavoriamo in questo contesto, aiutando laddove possiamo, contribuendo allo sviluppo delle capacità locali di gestione dei diversi progetti.
Altra questione è il RIM, l’istituzione di microfinanza dove sto prestando il mio servizio. Come molti di voi sapranno, il microcredito è un sistema che permette di erogare piccolissimi crediti ai poveri per favorirne uno sviluppo basato non sulla logica dell’assistenza, ma su una logica di auto-sviluppo. Inizialmente era
Purtroppo in questo periodo il RIM non sta andando molto bene, sono stati erogati troppi crediti rispetto alla capacità degli agenti di credito di seguirli, e molti clienti ne hanno approfittato per non rimborsare: il tutto si traduce per noi in un super lavoro fatto di visite presso le istituzioni civili e penali che possano garantirci il rientro del capitale sborsato: sono i soldi della stessa popolazione che sono in circolo, e il rischio di non farli rientrare si traduce in una possibile perdita dei piccoli risparmi che ognuna di queste persone ha depositato presso l’agenzia. E’ certamente una sconfitta per il programma di microfinanza, che dovrebbe incentivare lo sviluppo dei poveri, invece che pretenderne indietro i soldi con gli interessi… ma non è per giustificare questa situazione di scacco che affermo che anche l’odierna situazione ha una valenza di sviluppo: educare allo sviluppo vuol dire anche far uscire la popolazione dalla logica dell’assistenzialismo gratuito, e metterli di fronte a quella realtà che nel bene o nel male è l’unica che potrà farli uscire dalla povertà, quella di un sistema economico in cui siano gli stessi interessati a migliorare la propria situazione.
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Ludovico
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mercoledì 16 maggio 2007
messaggio dell'assemblea delle ONG italiane
l'Italia è un grande paese....
APPELLO AL GOVERNO ITALIANO
RISPARMIATE GLI APPLAUSI - l'Italia deve allinearsi con gli altri Paesi UE nella lotta alla povertà e nell'impegno per la cooperazione internazionale
A una settimana dalla riunione dei Ministri dello sviluppo della Unione Europea - che indicherà se la UE manterrà gli impegni assunti in materia di aiuto ai Paesi in Via di Sviluppo (APS) – dal Vertice dei Ministri delle Finanze dei G7 e a poco meno di un mese dal Vertice dei G8, le 160 ONG aderenti alla Associazione ONG Italiane riunite in assemblea, ribadiscono la necessità e richiamano il dovere dei Governi dei Paesi UE e dell'Italia in particolare, ad allinearsi agli obiettivi fissati con la "road map" decisa nella Conferenza di Monterrey (Conferenza Internazionale sul Finanziamento per lo Sviluppo) e formalmente da essi confermati in diverse occasioni successive.
[...]
L'andamento delle risorse disponibili per l'APS ristagnano a livelli percentuali del PIL inferiori a quelli promessi e per di più risentono della distorsione indotta dalla contabilizzazione di risorse che nulla hanno a che vedere con la cooperazione internazionale e la lotta contro la povertà.
La media infatti delle risorse allocate per l'APS nel 2006 dagli Stati membri della UE a 15 si ferma allo 0,33% del PIL (pari a circa 47,5 Miliardi di Euro) del quale circa il 30% è cosiddetto "Aiuto gonfiato" in quanto relativo ad operazioni di cancellazione del debito, a costi per ospitare i rifugiati e per gli studenti stranieri in Europa.
Questo quadro europeo decisamente preoccupante, assume toni vergognosi se si analizza la situazione dell'Italia.
La percentuale del PIL destinato all'APS nel 2006 è ai minimi storici dello 0,20% (2.925 Milioni di Euro in cifre assolute), del quale il 44% (cioè 1.278 Milioni di Euro) è da imputarsi alla cancellazione del debito di alcuni Paesi in Via di Sviluppo (374 Milioni nei confronti dell'Iraq e 607 Milioni per la Nigeria).
In termini di aiuto reale, quindi, si deve parlare di una percentuale di PIL pari ad un misero 0,11% (1.647 Milioni di Euro), ovvero del 41% in meno rispetto al 2005.
Come se non bastasse, i dati del Rapporto evidenziano ancora come il 38% dell'APS italiano è considerato dall'OCSE come cosiddetto "Aiuto legato", quando nello stesso 2006 la Gran Bretagna, l'Irlanda e i Paesi nordici hanno definitivamente abbandonato questa pratica vessatoria, la Francia lo ha ridotto al 13% e la Germania al 16%.
Sono cifre e percentuali che equiparano il nostro Paese a Stati come Cipro, Ungheria o Slovenia – certo non annoverati tra gli 8 Grandi della terra; che relegano l'Italia all'ultimo posto della UE e a fanalino di coda dell'insieme dei Paesi OCSE.
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Ludovico
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Un po' di foto a caso...
Una strada qualsiasi, anzi, proprio la strada che porta a Kigali
Una festa in Burundi
"Abazungo!!!!" (anvedi li bianchi!)
Akagera park
Ippopotamo sonnolento
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Ludovico
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martedì 15 maggio 2007
Voglie vive
mmm
come reiniziare a scrivere?
Quello che importa è che sono vivo, continuo a respirare, e a lavorare in questo Rwanda.
Ho voglia di raccontarvi tutto, ma tutto è troppo per entrare nella mia testa, figuriamoci per entrare in questo spazio.
Ho voglia di farvi vedere le foto, ma quelle non posso postarle, perchè la connessione è troppo lenta.
Ho voglia di tornare a Roma, farmi una birretta in compagnia, ma Roma è troppo lontana.
Ho voglia di restare qui, un altro po', e togliermi di dosso l'incubo della scadenza del contratto (a settembre si torna!).
Ho voglia di vedere mio nipote, che cresce sognando gli uccellini africani, e ho voglia di vedere suo fratello, almeno in ecografia.
Ho voglia di un tiramisù, wet dream delle serate passate in compagnia di peppe a rifocillarci di ideali lasagne, tagliatelle, cannelloni, aragoste, babà, pastiere, uve, cioccolatini...
Ho voglia di vedere il mio cane, che nel frattempo sono diventati due.
Ho voglia di andare a Kigali, e perdermi nell'anonimato di una grande città (almeno delle dimensioni di Viterbo).
Ho voglia di salvare il mondo, ma più lo conosco e più capisco che non vuole essere salvato, almeno non da me.
Ho voglia di tornare ad amare, forse ci sto riuscendo, o forse non è questione di africa o non africa, è qustione di Ludovico.
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Ludovico
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